Cowgirl perversa

Cowgirl perversa

È la “Kinky Cowgirl”: jeans tempestati di strass che le aderiscono a malapena alle curve, stivali consumati da troppe notti passate a sollevare polvere nei saloon meno raccomandabili. Al Dark Glory Hole Club è diventata una sorta di leggenda. Con lo Stetson calato sugli occhi, non si preoccupa nemmeno di fingere di fare conversazione. Sa esattamente perché è lì. Le piace l’anonimato del posto, la parete divisoria di legno grezzo tra lei e chiunque si trovi dall’altra parte. Niente volti, niente nomi: solo il brivido di farsi soddisfare mentre tiene gli stivali ai piedi, con gli speroni che ogni tanto affondano nelle assi del pavimento quando le cose si fanno particolarmente intense. I clienti abituali la riconoscono dal modo in cui canticchia vecchie canzoni country tra una sessione e l’altra, dal tintinnio della fibbia della cintura che colpisce il pavimento, dal modo spudorato con cui prende ciò che vuole e se ne va senza voltarsi indietro. Non è lì per il romanticismo: è lì per lo sfogo crudo e anonimo che solo un posto come questo può offrire.

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